Cristina contro tutti


La “Presidenta” non molla e continua sulla propria linea politica, in condivisione con il marito Néstor. Ecco le ultime vicende legate alle Falkland/Malvinas e all’uso delle riserve monetarie per pagare il debito estero


SEMPRE PIU’ SOLA – O quasi. L’appoggio del marito Néstor, infatti, Cristina Fernàndez de Kirchner non l’ha perso. E ci mancherebbe altro: il “matrimonio” Kirchner (termine che in Argentina ha ormai quasi assunto valore istituzionale) è forte e cerca di mantenere saldamente il potere, nonostante abbia ormai perso l’appoggio anche di gran parte dei propri alleati politici.Le decisioni prese nelle ultime settimane dalla “Presidenta” argentina, infatti, hanno suscitato aspri contrasti politici e hanno portato ad ulteriori defezioni all’interno del Partido Justicialista, la formazione politica di matrice peronista di cui fa parte il Frente para la Victoria (la corrente dei Kirchner), in favore delle correnti del PJ che si oppongono al Governo. 

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Il cortile di casa

Era il 1823 quando l’allora Presidente degli Stati Uniti, James Monroe, formulò la “dottrina” che rimase poi famosa con il suo stesso cognome. “L’America agli Americani”, affermò il Presidente, avvertendo le potenze europee ad astenersi da qualsiasi ingerenza nelle questioni emisferiche. L’impianto della dottrina, che era sostanzialmente difensivo, mutò nel 1904 quando, con il cosiddetto “corollario Roosevelt” (dal nome del Presidente Theodore, che portò gli USA in guerra con la Spagna per il controllo di Cuba), Washington rivendicò una sorta di “diritto di intervento” nelle questioni interne dei Paesi latinoamericani. Da allora, in pratica, l’America Latina è diventata il “cortile di casa” degli Stati Uniti, che spesso – soprattutto durante la Guerra Fredda per scongiurare la diffusione di regimi filosovietici nel continente – è intervenuta attraverso la CIA per sostenere regimi “amici” ma in molti casi per nulla democratici. Per questo motivo, oggi nelle popolazioni latinoamericane sono diffusi il risentimento e l’antipatia per lo “zio Sam”, e alcuni Stati hanno adottato ormai da alcuni anni un orientamento decisamente antiamericano. L’esempio più eclatante, ovviamente, è il Venezuela di Chávez, che non perde occasione per insultare gli odiati “yanquis”; ma l’elenco potrebbe continuare con i regimi di sinistra che sono proliferati nell’ultimo decennio, dalla Bolivia all’Ecuador al Nicaragua. E Obama che fa? Le speranze riposte in lui erano molto forti. L’attuale Presidente – e premio Nobel per la Pace – aveva affermato in campagna elettorale di voler rilanciare i rapporti con l’America Latina sulla base di parità e collegialità. Lo stesso fu ripetuto in occasione del Vertice delle Americhe che ha avuto luogo a Trinidad e Tobago in primavera. Ora, ad un anno dall’assunzione dei poteri, quale può essere il bilancio della politica estera dell’amministrazione Obama nei confronti del continente americano?

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America Latina: le elezioni presidenziali in Cile e Bolivia

Si sono svolte domenica 6 dicembre le elezioni presidenziali e parlamentari in Bolivia, che hanno confermato il Presidente uscente Evo Morales alla guida del Paese. Anche in Cile, domenica 13 dicembre, si sono svolte le Presidenziali: in questo caso l’esito ha decretato che si dovrà svolgere il ballottaggio, perchè nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta.

In Bolivia, Morales è stato eletto con il 63% dei suffragi, una percentuale molto alta che lo distanzia fortemente dal principale candidato dell’opposizione, Manfred Reyes-Villa del partito Plan Progreso Bolivia-Convergencia Nacional, il quale ha ottenuto il 27%. La formazione politica di Morales, il Movimiento Al Socialismo (MAS), ha guadagnato 85 seggi alla Camera dei Deputati contro 45 dell’opposizione e 25 in Senato contro undici. La vittoria è stata ancora più netta nelle province più povere del Paese (per esempio in quella della capitale La Paz Morales ha ottenuto il 78% delle preferenze), mentre Reyes-Villa ha vinto solamente nelle province più ricche di Beni, Pando e Santa Cruz, che erano state il teatro circa un anno fa di disordini e proteste contro il Governo.

Evo Morales, che ha potuto contare sull’appoggio degli indios impegnati nell’agricoltura, che costituiscono la maggior parte della popolazione, potrà ora governare fino al 2015. I due terzi dei seggi in Parlamento consentiranno al Presidente di agire in ogni campo senza aver bisogno anche dei voti dell’opposizione e di nominare i membri del Tribunale Costituzionale, la Corte Suprema e la Corte Elettorale. Anche in Cile sono stati rispettati i pronostici e il candidato del centrodestra Sebastian Piñera ha ottenuto la maggioranza relativa con il 44% dei suffragi. Eduardo Frei, leader della Concertación, la coalizione di centrosinistra, si è attestato sul 30,5%, mentre il socialista Marco Enríquez-Ominami, il candidato “outsider” in seguito alla scissione dalla Concertación, ha ottenuto il 19%.

L’interpretazione dei due esiti elettorali è differente. In Bolivia, la rielezione di Morales, sulla cui regolarità sembra che non si possa dubitare, è indice del successo che le sue politiche redistributive e di nazionalizzazione delle materie prime hanno avuto negli strati più poveri della popolazione, in un Paese come la Bolivia tra i più arretrati del continente sudamericano. Il voto conferma tuttavia la frattura tra le province più ricche e quelle più povere. In Cile, invece, emergono due fattori. Il primo è il fatto che, nonostante la forte approvazione per la Presidente uscente Bachelet, l’elettorato ha premiato Piñera segnalando che nel Paese la maturazione della democrazia permette l’alternanza. Il secondo è che Frei è stato penalizzato dalla frattura di Enríquez-Ominami ma anche dal suo scarso appeal. L’esito del ballottaggio tuttavia non è ancora del tutto segnato.

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DAVVERO INSIEME?


INSIEME VERSO IL FUTURO – Questo è lo slogan della IV Conferenza Italia – America Latina e Caraibi, evento che si è svolto a Milano mercoledì 2 e giovedì 3 dicembre con l’organizzazione della Ri-Al (Rete Italia – America Latina), della Camera di Commercio di Milano, della Regione Lombardia e del Ministero degli Esteri. Il vertice, che ha cadenza biennale (la prima edizione si svolse nel 2003), ha lo scopo di favorire e rafforzare i legami tra il nostro Paese e il subcontinente latinoamericano, non solo in prospettiva nazionale ma anche all’interno dei vari progetti di integrazione regionale esistenti. Ma è proprio vero che l’Italia cammina insieme all’America Latina? A giudicare il clima di forte cordialità e positività che si poteva respirare durante le sessioni di lavoro, la risposta dovrebbe essere affermativa. E si potrebbe rispondere “sì” anche considerando le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che nel suo breve intervento in apertura della conferenza ha promesso che nel 2010 effettuerà in viaggio in America Latina e ha rimarcato l’attenzione del Governo verso questa area.

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America Latina: l’esito delle elezioni in Uruguay e Honduras

Domenica 29 novembre si sono svolte due importanti consultazioni elettorali in America Latina. In Uruguay si è tenuto il ballottaggio tra i candidati presidente José Mujica e Luis Alberto Lacalle, mentre in Honduras si sono effettuate le discusse elezioni presidenziali, dopo la deposizione del presidente legittimo Zelaya avvenuta a giugno e la mediazione fallita tra quest’ultimo e il presidente de facto Micheletti.
In Uruguay l’esito del voto ha rispecchiato le previsioni della vigilia, decretando la vittoria di José “Pepe” Mujica con il 53% circa dei suffragi, mentre il rivale Lacalle si è attestato sul 43%. Mujica, politico di vecchio corso ed ex guerrigliero nella formazione di estrema sinistra dei Tupamaros, è il candidato del partito attualmente al potere, il Frente Amplio, e prenderà il posto del presidente uscente Tabaré Vázquez. All’indomani del primo turno il mancato raggiungimento della maggioranza assoluta aveva fatto temere il FA in una possibile rimonta di Lacalle, esponente del Partido Nacional, che avrebbe potuto contare anche sui voti del terzo classificato, l’altro candidato della destra Pedro Pordaberry (Partido Colorado), ma con il passare dei giorni la vittoria di Mujica non era parsa in discussione.

L’esito del voto in Honduras ha premiato il favorito anche se il favorito dai sondaggi, il candidato dell’opposizione Porfirio Lobo (Partido Nacional), che ha vinto con il 55% dei suffragi rispetto a Elvin Santos del Partido Liberal, che si è fermato al 38%. L’affluenza alle urne è stata massiccia se paragonata alle elezioni del 2005 (61% contro il 44% di quattro anni fa) e non si sono verificati episodi di violenza o disordine. L’Organizzazione degli Stati Americani si riunirà il 4 dicembre per esaminare il corretto svolgimento delle operazioni di voto, ma la maggioranza delle nazioni americane, Brasile e Argentina in testa, hanno affermato che non riconosceranno il risultato delle elezioni. Al contrario, gli USA dovrebbero riconoscere il voto in seguito all’accordo raggiunto grazie alla loro mediazione, che tuttavia non si è realizzato concretamente.

La situazione in Uruguay è ben delineata e si può prevedere una sostanziale continuità tra il Governo di Vázquez e quello di Mujica, potendo ipotizzare uno spostamento leggermente più a sinistra dell’orientamento politico ma all’interno di un quadro democratico stabile e consolidato. Ancora confusa è invece la questione honduregna, dato che il nuovo esecutivo nascerà nell’ambito di una crisi istituzionale ancora irrisolta sia sotto il profilo interno che internazionale.

http://www.equilibri.net/articolo/12521/Weekly_Analysis__42_2009

 

Il mio amico Mahmud

Tra Iran e America del Sud c’è una singolare sintonia da alcuni anni a questa parte, almeno da quando a Teheran governa Ahmadinejad e in Venezuela Hugo Chávez ha fondato il “socialismo del XXI secolo”. Una simile alleanza non avrebbe ragion d’essere al di fuori di pochi punti fondamentali: la comune avversione contro il “grande Satana” statunitense e interessi economici condivisi nel campo dell’energia, riguardanti il petrolio e il nucleare (il Venezuela ha l’uranio mentre l’Iran ne ha bisogno per portare avanti il proprio progetto). L’ultimo viaggio del presidente persiano Mahmud Ahmadinejad in terra latina dunque non dovrebbe destare uno scalpore particolare: il leader islamico si è recato dapprima in Brasile, poi in Bolivia da Evo Morales e infine a Caracas per incontrare l’amico Hugo. È stata la prima tappa del viaggio tuttavia a riservare alcune sorprese: quelle che sono emerse dall’incontro tra Ahmadinejad e Lula.

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America Latina: aumenta la povertà nella regione

E’ stato pubblicato la scorsa settimana il rapporto della CEPAL “Panorama sociale dell’America Latina” relativo all’anno 2009. Nel documento vengono rilevati gli effetti della congiuntura economica attuale sul benessere economico della popolazione, sia a livello privato (reddito pro capite ed equa distribuzione) che pubblico (spesa sociale degli Stati).

Il dato principale che emerge dal rapporto è un aumento della povertà nella regione. Le previsioni effettuate dalla CEPAL affermano che alla fine del 2009 le persone in situazione di povertà (reddito inferiore a due US$ al giorno)passeranno da 180 a 189 milioni e quelle in situazione di estrema povertà/indigenza (reddito inferiore a un US$ al giorno) da 71 a 76 milioni. In percentuale, gli individui poveri aumenteranno dell’1,1% e gli indigenti dello 0,8% rispetto all’anno scorso, mentre il PIL complessivo della regione subirà una contrazione oscillante tra l’1,5% e l’1,8%. Gli effetti della crisi economica si sono fatti sentire maggiormente in Messico e nei Paesi dell’America Centrale, dove maggiore è la dipendenza economica dagli Stati Uniti e che quindi maggiormente hanno risentito del brusco calo nella domanda di esportazioni e nel flusso di denaro costituito dalle rimesse degli emigranti. Il panorama tuttavia non è omogeneo dal momento che Stati come Cile e Brasile termineranno il 2009 con una crescita del proprio PIL. Va tuttavia sottolineato che, rispetto al “sexenio” 2003-2008 in cui si sono registrati tassi di crescita elevati e costanti, l’anno che si sta per concludere rappresenta per tutti gli attori regionali una battuta d’arresto.

Le previsioni per il futuro possono tuttavia essere positive. Rispetto ad altre crisi economiche, infatti, i Paesi dell’America Latina si trovano in una situazione migliore grazie all’adozione, nei recenti anni del “boom”, di politiche economiche improntate alla stabilità (contenimento dell’inflazione) e all’inclusione sociale (aumento della spesa sociale e redistribuzione del reddito). Nonostante la struttura sociale sia ancora fragile, come rappresentato dai tassi alti di povertà, è presumibile che gli effetti più negativi della crisi possano essersi già fatti sentire in molti Paesi della regione.

http://www.equilibri.net/articolo/12485/Weekly_Analysis__41_2009

Colombia e Venezuela: sale la tensione tra i due Paesi

Durante la scorsa settimana si è verificato un innalzamento della temperatura nelle relazioni bilaterali tra Colombia e Venezuela. Il presidente di quest’ultimo, Hugo Chávez, nel corso della sua consueta trasmissione televisiva sul canale di Stato, ha rivolto affermazioni di aperta ostilità nei confronti del Paese confinante, arrivando persino a sostenere la possibilità di un conflitto armato ed invitando le proprie Forze Armate a tenersi pronte per ogni evenienza.

Le dichiarazioni di Chávez sono l’ultima tappa di un’escalation della tensione nei rapporti tra i due Stati, processo che dura almeno da un paio d’anni. Lo scontro, che trae le proprie origini da dispute territoriali legate al reciproco confine, si è particolarmente inasprito nel corso di quest’anno a causa dell’accordo militare tra Usa e Colombia per la concessione di sette basi militari ed era culminato con la decisione da parte di Caracas di interrompere le relazioni commerciali nel mese di giugno. Nelle scorse settimane, invece, in territorio venezuelano sono stati ritrovati i cadaveri di undici persone, di cui nove di nazionalità colombiana: ufficialmente si trattava di venditori ambulanti, ma le autorità della repubblica “bolivariana” hanno invece sostenuto che erano paramilitari colombiani infiltratisi illegalmente in Venezuela. Il fatto, dai contorni ancora oscuri, ha fornito il pretesto a Chávez per compiere un’altra mossa in questo conflitto, finora soltanto diplomatico. Il presidente colombiano Álvaro Uribe, tuttavia, non ha raccolto per il momento la “sfida” del suo omologo e le autorità colombiane hanno risposto con una nota ufficiale nella quale si afferma che da Bogotá non è mai giunto, né mai giungerà, alcun atto ostile nei confronti di Stati limitrofi. Il Governo colombiano ha rivolto anche un appello all’ONU affinché intervenga nei confronti delle minacce di Chávez. Il Brasile si è proposto come mediatore tra i due attori lanciando l’idea di una commissione di vigilanza frontaliera, mentre gli Stati Uniti si sono limitati, di concerto con l’Organizzazione degli Stati Americani, a chiedere di risolvere pacificamente le reciproche controversie.

Un conflitto militare tra Colombia e Venezuela è altamente improbabile, anche se negli ultimi mesi Caracas ha modernizzato le proprie Forze Armate con acquisti dalla Russia nel campo dell’aviazione e della missilistica. L’intento di Chávez è verosimilmente quello di accrescere la tensione per catalizzare l’attenzione della popolazione sulla questione, in quanto nel 2010 si svolgeranno in Venezuela le elezioni legislative e i sondaggi danno in calo il consenso nei suoi confronti per i problemi legati all’economia e alla criminalità. A livello regionale, il Brasile cerca di porsi come arbitro della questione per due ragioni: innanzitutto un eventuale conflitto lo coinvolgerebbe inevitabilmente in quanto confina con entrami i Paesi, inoltre Lula vuole ottenere la leadership politica in America Latina dopo il parziale insuccesso nella questione honduregna. Le prospettive per l’integrazione regionale permangono comunque negative, perché la frattura tra gli Stati in orbita del Venezuela e gli altri potrebbe allargarsi sempre di più e bloccare nuovamente l’ingresso di Caracas nel Mercosur.

http://www.equilibri.net/articolo/12453/Weekly_Analysis__40_2009

 

“Giocare alla guerra”

Per chi non lo conoscesse, “Aló Presidente” è il programma televisivo che ha per unico protagonista il Presidente del Venezuela Hugo Chávez, che ad ogni puntata monopolizza per ore ed ore il piccolo schermo con monologhi fiume sugli ormai consueti temi: il socialismo, bolivarismo, l’avversione agli Stati Uniti. Nella puntata di domenica scorsa, tuttavia, il leader di Caracas si è spinto oltre alla tradizionale retorica, giungendo a paventare la possibilità di una guerra contro la confinante Colombia e invitando le truppe a prepararsi ad ogni evenienza.

Trattasi di delirio o di un’ipotesi da prendere seriamente in considerazione? Probabilmente, come sempre, in medio stat virtus. Bisogna innanzitutto comprendere cosa c’è alla base di questa crisi dei rapporti bilaterali. I rapporti tra Colombia e Venezuela non sono mai stati idilliaci e sono peggiorati notevolmente da quando al potere nei due Paesi ci sono rispettivamente il più fidato alleato di Washington in Sudamerica, ovvero Àlvaro Uribe, e il più aspro critico, Hugo Chávez.

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America Latina: l’evoluzione dei rapporti con gli USA

Nelle ultime settimane si sono verificati alcuni eventi che hanno visto la partecipazione, diretta o indiretta, degli Stati Uniti in situazioni di crisi attualmente in corso nella regione. Inoltre, a livello interno, è stata approvata dal Senato la nomina di Arturo Valenzuela come sottosegretario di Stato per gli Affari Emisferici.

L’intervento di Thomas Shannon (che sarà sostituito da Valenzuela e che dovrebbe essere nominato ambasciatore degli USA in Brasile) in Honduras sembrava aver risolto la profonda crisi istituzionale che dura da mesi, ottenendo un accordo tra i due contendenti, il presidente deposto Manuel Zelaya e quello de facto Roberto Micheletti. L’esclusione del primo dal governo di unità nazionale, che avrebbe dovuto entrare in carica entro giovedì scorso, ha però bloccato i negoziati e allontanato nuovamente le due parti in causa. L’intervento degli USA è stato necessario per rimuovere il veto che era posto alla nomina di Valenzuela (scelto dall’amministrazione Obama già da diversi mesi) da parte del senatore repubblicano Jon DeMint, contrario alla scelta della Casa Bianca di non riconoscere la legittimità del governo di Micheletti. La risoluzione, seppur temporanea, della crisi honduregna è servita dunque per sbloccare questa situazione interna oltre che per dare un segnale alla regione latinoamericana di un approccio più dialogante da parte della nuova amministrazione statunitense. Tale intervento sembra però non essere stato preso in grande considerazione dal Brasile, in quanto il presidente Lula ha nei giorni scorsi richiamato la presidenza Obama a mantenere quanto promesso all’inizio del mandato, ovvero un maggior interesse verso la regione e ha manifestato ulteriori perplessità in merito all’accordo militare con la Colombia. Il leader brasiliano ha riconosciuto che l’attenzione rivolta dalla Casa Bianca verso Iraq e Afghanistan e, in politica interna, verso l’approvazione della riforma sanitaria, ha distolto interesse e risorse dalle vicende emisferiche. Negli stessi giorni, il presidente del Venezuela Hugo Chávez ha invece accusato gli USA di essere i responsabili delle nuove tensioni attualmente in atto al confine con la Colombia.

Da una parte va considerato il comportamento dell’amministrazione Obama, che attraverso la vicenda honduregna ha voluto dare un segnale alla regione oltre che rispondere a un’esigenza di politica interna. Dall’altra, invece, le affermazioni di Lula e Chávez vanno interpretate come una reazione all’intervento in Honduras. Il Brasile, nonostante si fosse esposto ospitando Zelaya nella propria ambasciata a Tegucigalpa, non è riuscito a condurre in porto la mediazione con Micheletti; Lula ha affermato che si impegnerà per trovare un accordo tra Colombia e Venezuela, cercando dunque un nuovo scenario dove imporre la propria leadership politica a livello regionale. Chávez, invece, è uscito sconfitto dalla crisi in Honduras non essendo riuscito a controllare la questione e prosegue con la consueta strategia di innalzamento della tensione tramite l’uso della retorica.

http://www.equilibri.net/articolo/12417/Weekly_Analysis__39_2009